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TL;DR: La Direttiva UE 2023/970 impone una maggiore trasparenza salariale in Italia entro il 2026, vietando domande sulla RAL passata, richiedendo informazioni sugli stipendi negli annunci e imponendo audit per colmare gap retributivi di genere superiori al 5%.
Il mondo del lavoro sta attraversando un cambiamento di paradigma senza precedenti. La segretezza degli stipendi, a lungo considerata uno standard aziendale, sta lasciando il posto a una nuova era di apertura guidata dalla Direttiva UE 2023/970. Questo passaggio alla trasparenza salariale non rappresenta solo un complesso adempimento burocratico per le imprese italiane, ma una risposta diretta alle evoluzioni del mercato e alle crescenti aspettative dei talenti. In un contesto dove l’equità retributiva diventa un fattore decisionale per i candidati, le aziende hanno l’opportunità di trasformare la compliance normativa in una potente leva di employer branding e retention.
- Il quadro normativo: la Direttiva UE 2023/970 e il recepimento italiano
- Nuove regole per il Recruiting: addio alla domanda sulla RAL precedente
- Definire il ‘Lavoro di Pari Valore’: criteri oggettivi e neutrali
- La trasparenza come leva di Employer Branding e Talent Attraction
- Roadmap operativa: passi pratici per prepararsi al 2026
- Fonti e Risorse Autorevoli
Il quadro normativo: la Direttiva UE 2023/970 e il recepimento italiano
La Direttiva UE 2023/970 è il pilastro su cui si fonda la nuova strategia europea per l’equità retributiva. Il provvedimento mira a combattere il divario salariale di genere, imponendo standard minimi di trasparenza che permettano ai lavoratori di far valere il proprio diritto alla parità di retribuzione per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore [2]. In Italia, il percorso di adeguamento si intreccia con il D.Lgs. 198/2006 (Codice delle Pari Opportunità), che già prevedeva obblighi di reportistica per le aziende con oltre 50 dipendenti [1].
Il termine ultimo per il recepimento nazionale della normativa sulla trasparenza retributiva in Italia è fissato al 7 giugno 2026 [6]. Entro questa data, il legislatore italiano dovrà integrare pienamente le disposizioni europee, definendo i dettagli operativi e il sistema sanzionatorio. Le imprese sono dunque chiamate a una revisione profonda delle proprie politiche di compensation per non farsi trovare impreparate. Per approfondire, è possibile consultare il Testo integrale della Direttiva (UE) 2023/970.
Le scadenze per le aziende: chi deve agire e quando
La Direttiva introduce obblighi di reporting salariale differenziati in base alla dimensione dell’organico. Secondo le linee guida del Consiglio dell’Unione Europea [5], le tempistiche previste per la presentazione dei rapporti sul divario retributivo sono le seguenti:
- Aziende con oltre 250 dipendenti: Obbligo di reporting annuale a partire dal recepimento (giugno 2026).
- Aziende tra 150 e 249 dipendenti: Obbligo di reporting ogni tre anni.
- Aziende tra 100 e 149 dipendenti: Obbligo di reporting ogni tre anni, con una finestra di adeguamento più ampia rispetto alle grandi imprese.
Sebbene per le aziende sotto i 100 dipendenti non sia attualmente previsto un obbligo di reporting pubblico periodico, esse restano comunque soggette alle norme generali sulla trasparenza pre-assuntiva e al diritto di informazione dei lavoratori.
Nuove regole per il Recruiting: addio alla domanda sulla RAL precedente
Uno degli impatti più immediati della nuova normativa riguarda i processi di selezione. Il segreto salariale viene scardinato fin dal primo contatto tra azienda e candidato. L’Articolo 5 della Direttiva stabilisce infatti che i datori di lavoro devono fornire informazioni sulla retribuzione iniziale o sulla relativa fascia retributiva direttamente nell’annuncio di lavoro o prima del colloquio [2].
Questo cambiamento risponde alla domanda sul perché i salari sono spesso rimasti segreti: una asimmetria informativa che storicamente ha penalizzato i lavoratori in fase di negoziazione. Con le nuove regole, i candidati potranno negoziare lo stipendio con dati certi, basandosi su parametri oggettivi definiti dall’azienda. Un punto cruciale è il divieto assoluto per i datori di lavoro di chiedere ai candidati informazioni sulla retribuzione percepita negli impieghi precedenti. Questa misura mira a interrompere la spirale di disuguaglianza retributiva che spesso accompagna i lavoratori (specialmente le donne) durante l’intera carriera.
Diritto di informazione: cosa possono chiedere i dipendenti
Oltre alla fase di recruiting, la trasparenza si estende ai dipendenti già in forza. I lavoratori hanno ora il diritto di richiedere e ricevere per iscritto informazioni sul proprio livello retributivo individuale e sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, per le categorie di lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore [2].
Un elemento di forte pressione per le aziende è l’inversione dell’onere della prova: in caso di presunta discriminazione, non spetterà più al lavoratore dimostrare la disparità, ma sarà il datore di lavoro a dover provare di non aver violato le norme sull’equità retributiva [5]. Questo rende fondamentale la gestione documentale e la chiarezza dei criteri di progressione di carriera.
Definire il ‘Lavoro di Pari Valore’: criteri oggettivi e neutrali
La sfida tecnica principale per gli HR Manager è la definizione del “lavoro di pari valore”. La Direttiva impone che la valutazione delle posizioni si basi su criteri oggettivi e neutrali sotto il profilo del genere. Per risolvere questo pain point, l’EIGE (European Institute for Gender Equality) ha identificato quattro fattori chiave che devono guidare la classificazione professionale [4]:
- Competenze (Skills): Conoscenze teoriche, abilità pratiche e titoli di studio necessari.
- Sforzo (Effort): Impegno fisico e mentale richiesto dal ruolo.
- Responsabilità (Responsibility): Impatto delle decisioni, gestione di persone o risorse finanziarie.
- Condizioni di lavoro (Working conditions): Fattori ambientali, rischi e orari.
L’adozione di questi parametri permette di costruire griglie retributive eque, riducendo i bias soggettivi che spesso influenzano la determinazione degli stipendi.
Audit salariale e la soglia critica del 5%
Un elemento centrale della compliance è l’audit salariale interno. Se dal reporting emerge un divario salariale superiore al 5% tra uomini e donne in una determinata categoria, che non sia giustificato da criteri oggettivi e neutrali, l’azienda è obbligata a condurre una “valutazione congiunta delle retribuzioni” in collaborazione con i rappresentanti dei lavoratori [5].
Questa valutazione mira a identificare le cause profonde del gap e a definire un piano d’azione per colmarlo. Per monitorare correttamente questi dati, le aziende italiane possono utilizzare gli strumenti messi a disposizione dal Portale Rapporto Periodico Situazione Personale del Ministero del Lavoro [3].
La trasparenza come leva di Employer Branding e Talent Attraction
Oltre agli obblighi di legge, la trasparenza salariale offre vantaggi competitivi significativi. Le politiche retributive eque migliorano la reputazione aziendale, rendendo l’organizzazione più attraente per i talenti che oggi cercano trasparenza e meritocrazia. In Italia, un segnale forte di impegno in questa direzione è l’ottenimento della Certificazione della Parità di Genere (UNI/PdR 125:2022).
Questa certificazione non solo migliora l’employer branding, ma garantisce benefici concreti, come l’esonero dal versamento di una quota dei contributi previdenziali e punteggi premiali nelle gare d’appalto pubbliche [7]. Le aziende possono consultare le Linee guida Certificazione Parità di Genere per avviare il percorso.
Comunicazione interna: gestire il clima aziendale post-trasparenza
La transizione verso la trasparenza richiede una gestione attenta della comunicazione interna. Il rischio è che la pubblicazione dei livelli retributivi generi conflitti o malcontenti se non adeguatamente contestualizzata. Gli HR devono formare i manager affinché siano in grado di spiegare le logiche dietro le differenze retributive basate su performance, esperienza e responsabilità. Una comunicazione chiara riduce il turnover e aumenta la fiducia, trasformando la percezione dello stipendio da “tabù” a “risultato di criteri condivisi”.
Roadmap operativa: passi pratici per prepararsi al 2026
Per arrivare pronti alla scadenza del 2026, le aziende dovrebbero seguire una roadmap strutturata:
- Audit retributivo iniziale: Mappare le retribuzioni attuali e identificare eventuali gap superiori al 5%.
- Revisione della Job Architecture: Definire i ruoli basandosi sui quattro fattori EIGE per garantire l’equità tra lavori di pari valore.
- Adozione di strumenti tecnologici: Implementare software per l’audit salariale automatizzato che permettano un monitoraggio costante.
- Aggiornamento dei Modelli 231: Integrare la compliance alla parità retributiva nei modelli di organizzazione e gestione aziendale per mitigare i rischi legali.
- Formazione HR e Recruiting: Adeguare i processi di selezione al divieto di indagine sulla RAL storica.
Sanzioni e rischi: cosa succede in caso di inadempienza
Il mancato adeguamento alla Direttiva comporta rischi non trascurabili. Oltre alle sanzioni amministrative che verranno definite dal decreto di recepimento italiano, le aziende si espongono a rischi di contenzioso legale e risarcimenti danni a favore dei dipendenti discriminati. La normativa prevede inoltre tutele specifiche contro le ritorsioni: nessun dipendente può essere sanzionato o licenziato per aver esercitato il proprio diritto di accesso alle informazioni salariali o per aver segnalato una disparità [2].
In conclusione, la trasparenza salariale non è un traguardo lontano, ma un processo di modernizzazione culturale da avviare oggi. I leader HR che sapranno anticipare l’obbligo del 2026, mappando i dati e costruendo una cultura dell’equità, non solo eviteranno sanzioni, ma si posizioneranno come datori di lavoro d’elezione nel mercato del 2025 e oltre.
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Le informazioni contenute in questo articolo hanno scopo informativo e non sostituiscono il parere legale o la consulenza di un professionista del lavoro abilitato.
Punti chiave
- La trasparenza salariale, imposta dalla Direttiva UE, mira all’equità retributiva per uno stesso lavoro.
- La normativa vieta di chiedere la RAL precedente e impone la divulgazione salariale già in fase di recruiting.
- Per definire “lavoro di pari valore” sono necessari criteri oggettivi: competenze, sforzo, responsabilità e condizioni lavorative.
- L’audit salariale è obbligatorio se il divario retributivo supera il 5% e non è giustificato da criteri oggettivi.
- La trasparenza promuove l’employer branding, ma richiede una comunicazione interna chiara per gestire il clima aziendale.
Fonti e Risorse Autorevoli
- Gazzetta Ufficiale. (2006). D.lgs. 198/2006 (Codice delle Pari Opportunità).
- Commissione Europea. (2023). Direttiva (UE) 2023/970 del Parlamento europeo e del Consiglio.
- Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. (N.D.). Portale Rapporto Periodico Situazione Personale.
- EIGE (European Institute for Gender Equality). (N.D.). Guidelines on gender-neutral job evaluation and classification.
- Consiglio dell’Unione Europea. (N.D.). Pay transparency in the EU – Equal pay rules.
- Servizio Studi della Camera dei Deputati. (N.D.). Dossier di documentazione sull’attuazione della direttiva (UE) 2023/970.
- Dipartimento per le Pari Opportunità. (N.D.). Parametri per la Certificazione della Parità di Genere (UNI/PdR 125:2022).